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andata e ritorno dal pianeta chromatica: una recensione

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Il fatto che un giorno l’astronave madre sarebbe tornata a riprendere Lady Germanotta l’abbiamo sempre saputo, e non è un mistero. Che quel giorno sarebbe arrivato quando meno ce lo saremmo aspettati, è un altro discorso. Credevamo che Gaga ormai si fosse ambientata sulla Terra, che in dodici anni dall’uscita di The Fame le ha regalato appunto la fama, il successo, lo status di icona e centosettantordici premi tra i quali un Oscar. Ma Stefani, che pure già vedevamo a cantare Shallow per sempre, ha deciso che per lei fosse tornato il momento di riprendersi la pista da ballo. La dance, certo, non è più quella dei primi anni ’10. L’EDM, l’elettro clash, i ronzii ipnotici e i ritmi vibranti non trovano più spazio in un pop che nell’ultimo lustro è stato dominato da tendenze completamente opposte. Ma Lady Gaga ha giocato abbastanza alla songwriter con la chitarra e ora, dopo un percorso che evidentemente l’ha cambiata dentro e fuori, ha chiuso il cerchio e ha deciso di stupire con ciò che ha sempre fatto.

Ovviamente il primo esempio di musica danzereccia che troviamo nell’attualità è quello di Dua Lipa. Ma per quanto quest’ultima sia talentuosa e con un’immagine impeccabile, Lady Germanotta lavora nel suo e si vede. Tornare nello spazio, per lei, è stato un attimo. Cambiare addirittura pianeta è stato il salto di qualità, e forse quel gradino in più di ambizione che mette oggettivamente Chromatica in difficoltà nel suo insieme. Chromatica è un altro pianeta, certo, ma per Gaga non è una novità creare una mitologia intorno ai propri lavori: dalla zia defunta in Joanne che creava il pretesto per l’intimismo, a ritroso verso la fascinazione per l’arte in ARTPOP, indietro fino all’inno allo stardom che fu il suo primo disco, non c’è mai stato un progetto della Stefani che non girasse intorno a un concetto ben preciso da lei difeso e interpretato fino all’eccesso (no Gaga, non ti ho mai perdonato per la app di ARTPOP).

Chromatica, però, è qualcosa di più. Chromatica è un pianeta, ma è anche un’evasione. Chromatica non è tanto un sasso gigante nell’universo, Chromatica è il viaggio che si fa per raggiungerlo. Non a caso, il disco è diviso in una trilogia potremmo dire cinematografica, perché sono tre gli interludi strumentali à la John Williams che scandiscono il susseguirsi delle canzoni. Come accade in tutti i sequel, però, l’album è chiaramente affannato a cercare di mantenere il ritmo ma non sempre ci riesce, a causa di qualche filler di troppo e di paraculate un po’ troppo marcate per non far storcere il naso. Questo non tanto perché si debba cercare il pelo nell’uovo, ma perché Chromatica ci fa assaggiare un aspetto importante della nuova poetica gaghiana: l’evoluzione dei testi.

Sicuramente Lady Germanotta si è digievoluta in un’artista in grado di veicolare concetti più profondi, e questo è particolarmente evidente in quella che trovo la vera perla di Chromatica: 911. Cantando “Keep my dolls inside diamond boxes / Save ’em ’til I know I’m gon’ drop this”, Stefani prende il coraggio di condividere il suo rapporto con gli antipsicotici con una sincerità che stupisce. Si tratta anche dell’esempio migliore nel disco della perfetta fusione tra influenze house anni ’90, vero pilastro di questo lavoro, e estetica robotica germanottesca. Dopo aver ascoltato anche solo questo brano, è difficile non notare come diverse canzoni di Chromatica rimangano a un livello molto meno coraggioso e anzi quasi discrepante: Sour Candy, pur con le Blackpink a farla diventare una smash hit istantanea, è almeno la terza canzone pop degli ultimi anni costruita intorno a un sample di What They Say di Maya Jane Coles (lo avete sentito in Swish Swish di Katy Perry). Babylon, d’altro canto, s’incastra in un’inutile celebrazione del voguing che mostra troppo facilmente il fianco agli accostatori seriali tra Gaga e Madonna, senza aggiungere nulla al concetto se non qualche riferimento scontato a Drag Race.

La dance con testi più profondi e puro divertimento scanzonato si alternano senza paura dall’album, e così si passa dall’ottima Alice, nella quale il Paese delle Meraviglie diventa una tana per mostri interiori, ai singoli Stupid Love e Rain On Me. Ancora ottima la prima, spaccaclassifiche un po’ troppo affidato ad Ariana Grande la seconda. “This is my dancefloor / I fought for”, canta Gaga in Free Woman, ed effettivamente bisogna arrivare fino all’insipida Fun Tonight per vedere il ritmo forsennato abbassarsi di qualche BPM. Qualche canzone, semplicemente, non regge il confronto con il resto dell’album, e sto pensando ad esempio a Plastic Doll, pur prodotta dal genio di Skrillex. Altre canzoni, come Replay e Enigma, sono più che discrete ma non certo memorabili. E persino quando si arriva al duetto con Elton John, Sine From Above, Gaga non cede alla tentazione della ballad ma anzi tira fuori un pezzo quasi prog-pop che potrebbe dominare l’Eurovision per i prossimi dieci anni, tutti gli anni.

L’aspetto migliore di Chromatica è senza dubbio che in questo album Gaga ha puntato il riflettore su se stessa. Dopo anni trascorsi a motivare il prossimo con testi positivi e ossessionati dall’inclusività e l’accettazione, Stefani si mette a nudo sul dancefloor e indaga gli aspetti più oscuri della vita (terrestre e non) ballandoci sopra. Un rinascimento pop per la Stefani, che propone all’ascoltatore un viaggio intergalattico che non è privo di pause e turbolenze. Pur con tutta la baracconaggine di sottofondo, Gaga sembra per una volta più concentrata a lasciarsi andare anziché entrare nel mito rincorrendo la perfezione. Si tratta del suo disco migliore? Sicuramente no, ma è il più sincero.

Voto: 3 UFO e mezzo su 5.

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