giovedì 7 dicembre 2017

la playlist di natale definitiva da ascoltare mentre fate l'albero


Anche quest'anno è arrivato il momento di fare l'albero, una roba che tutti noi aspettiamo ardentemente. Per alleviare la tortura il mio consiglio è sempre quello: storditevi. Se siete contrari all'alcol o alle droghe psicotrope, allora cercate di risvegliare le onde più basse del cervello con della musica di merda. O per meglio dire, una splendida selezione natalizia puttan-pop che testé vi fornisco in doppio formato, Apple Music e Spotify.
Se alla fine mi fate vedere l'albero, capirò se tutto questo è servito a qualcosa.


lunedì 4 dicembre 2017

x factor, gente grassa, body shaming, demi lovato e camille cabaltera



Non so se anche voi stiate seguendo X Factor, ma in quanto invertiti suppongo di sì. L'attrazione incredibile che lega il pubblico gay a X Factor, di fatto diventato il talent show più noioso del mondo, deve avere a che fare con qualche mistero perfettamente studiato a tavolino da un team di autori talentuosissimi. I quali detestano la figa dal più lurido minuscolo atomo di odio che hanno in corpo. E da Luca Tommassini, il ballerino di Geri Halliwell.

In ogni caso io sono arrivato a pagare Now, la TV via Internet sviluppata da un team interamente avvalsosi della 104, solo per riunirmi con amici (tutti eterosessuali) il giovedì sera a tifare Camille Cabaltera. Oddio, c'è stato anche qualcuno che ha tifato Rita Bellanza, ma io ormai ho una certa età e non mi faccio più prendere dall'ira quindi mi sono limitato alle bestemmie. Un brutto giorno, Camille Cabaltera, la nuova promessa internazionale dell'asian-italian pop, è uscita. E io, dopo settimane trascorse a farle dichiarazioni d'amore dallo schermo, ero il primo a chiederne la testa su un piatto d'argento. Come mai, direte voi? Erano finiti gli antipsicotici? Niente di tutto questo. Camille, in quella puntata, aveva avuto l'ardire di cantare Sorry Not Sorry di Demi Lovato, impantanata in una tuta à la Iva Zanicchi fino ai piedi, con una giacchetta di rete addosso. Delusione. Se devi fare un pezzo puttan-pop l'abito conta, e puoi avere pure la voce dell'Arcangelo di Stocazzo, ma devi essere nuda. Non è sessismo: non è che un prete fa catechismo in mutande, voglio dire. Almeno, non dall'inizio. Questa, comunque, è l'esibizione della caga-involtiniprimavera.

Poi Camille Cabaltera è uscita, e X Factor si è risolto in una continua invettiva contro Rita Bellanza e lunghi momenti trascorsi abbracciando il cuscino e ascoltando la canzone di Nigiotti col walkman della Sony. Qualche giorno dopo, ti becco sui consigliati di YouTube il video della performance di Demi Lovato con Sorry Not Sorry agli AMA. Tac, penso. Ecco, finalmente Camille Cabalterà lo guarderà e capirà come si fa la troia.
La Demetria, invece, mi inizia il pezzo con un'invettiva pretaporté sul body shaming, il cyber bullismo, il potere nefasto delle parole e del giudizio sugli altri, e già mi ha convinto al secondo secondo. Ma soprattutto, Demi s'è magnata sto mondo e quell'altro ed è di nuovo un cazzo di cotechino. Coi pantaloni larghi con le tasche, una canotta di Accaemme, e l'attitudine in tutto e per tutto di una rapper neomelodica di Afragola. Camille Cabaltera, a confronto, una lap dancer.

Ed eccoci qui. Camille Cabaltera è meglio di Demi Lovato? Camille Cabaltera può essere giudicata perché è in un talent show e Demi Lovato no perché sennò ti attacca una pippa in mondovisione? Bisogna semplicemente astenersi dal giudizio perché comunque si finisce per fare la figura del coglione? L'inedito di Camille Cabaltera di internazionale ha solo il fatto di essere una cagata in qualsiasi paese del mondo lo si ascolti? Tutto questo, me niente di tutto questo. Demi Lovato e Camille Cabaltera, molto semplicemente, sono la stessa persona. Scusami, Camille Cabaltera. E comunque, lo Stra Factor è il programma più bello della storia della televisione.

sabato 2 dicembre 2017

tanti auguri britney, o la parabola dell'oreo vegano



Carissima Britney,

come stai? Alla fine mi sembra che tu stia bene, dai. Ora non ricordo esattamente con chi tu stia al momento, perché confesso negli ultimi tempi mi sono un po’ distratto, e poi ho pensato che a forza di farmi i cazzi degli altri non mi stavo facendo per nulla quelli miei. Come dire, è successo un po’ come in quell’episodio che è riportato nel testo sacro Mochaccino 10;17-23: “Ed Ella uscì dalla stanza di motel, e aveva in faccia il terrore di sette bestie di fuoco che gorgogliavano nel ventre della Terra, assetate di sangue e morte. E scese quasi ruzzolando le scale, e gli uomini empi la fotografarono rubandole l’anima. E tutto quello che fu riportato di quell’episodio sulle Tavole della Legge del giorno dopo, aka i tabloid, fu: Britney Spears esce di casa con la maglietta sporca di sugo. E subito sotto all’articolo, il Demonio aveva messo una pubblicità del Gran Ragù Star Extra Sapore”.

Scusa se cito il Libro Sacro, ma mi pare che così ci si possa capire meglio, io e te. Tu che hai cercato il Paradiso tutta la vita, per trovarlo in un posto con le gondole di plastica. Io che il mio Paradiso non ho capito ancora benissimo dove sia, ma ringrazio il Dio Starbucks per non avere bisogno di dover pagare 1500 dollari per essere nella stessa stanza con te a terrorizzarti, quando posso farlo comodamente davanti a una tastiera. Sono stato un tuo accanito fan, Santissima, e di questo mi pento e mi dolgo. Ti ho idolatrato come un oggetto quando avrei dovuto capire che io e te eravamo molto più simili di quanto una extension messa male potesse lasciar intendere. Oh, quante extension messe male ho avuto io, in vita mia.

Allora, senti qua. Qualche tempo fa ho avuto una fase vegana nella quale ero proprio convinto, come te quando sei andata a cantare live da Pippo Baudo. E insomma, ero proprio felice, e a un certo punto credo di aver capito che cosa provassi tu mentre parlavi di viaggi nel tempo mangiando le Cipster: perché m’è venuta una gran voglia di andare ad abbracciare una mucca a caso senza pensare che quella, giustamente, mi avrebbe incornato. Ma non è di questa storia che voglio parlarti, quanto della terribile sofferenza che mi accompagnava in tale momento di giubilo in totale connessione con la Natura. Come diceva una vecchia signora che ti ha molestato in passato: “There’s a certain satisfaction, in a little bit of pain”. Ecco, la mia pena era la nostalgia degli Oreo. Gli Oreo, quello ying yiang, ilang ilang, o come cacchio si dice, quello squarcio di bianco latte racchiuso tra due pianeti anti-galileiani scuri come l’abisso del colesterolo. La stoica rinuncia a cadaveri e derivati mi aveva privato della gioia degli Oreo, ma questa scelta mi rendeva forte della mia risolutezza, Britney. Oh, del resto anche tu un periodo sei stata convinta di poter sopravvivere solamente ingerendo Red Bull. Se il mondo continuava a sputarmi in faccia, io pensavo: “Fate pure, ‘ste grandissime ceppe. Se posso vivere senza Oreo, allora non mi serve nessuno”.

Ora capiscimi, Britney, non voglio giudicare i tuoi momenti solitari la notte, davanti al frigo, mentre mangi le tue alette di pollo fredde intingendole nel guacamole allo Xanax. Non voglio nemmeno criticarti per le padellate di formaggio fuso che tuo padre ti prepara secondo la classica ricetta di Kentwood. Il veganesimo però, ne converrai, è una roba moralmente altissima che solamente chi riesce a rinunciare a qualcosa vivendo la rinuncia come un dono può compiere senza errori. Insomma, da Ghandi in su. Non so che ne pensi tu, Britney, ma se usi il veganesimo come un’arma contro gli altri esseri umani be’, lo stai facendo male. Io, nel mio delirio di immedesimazione in un Indiano che andava in giro solo con uno straccetto addosso, ero convinto di essere a quel livello, senza rendermi conto di non avere il fisico per stare in mutande anche nelle occasioni di gala. Ma gli Oreo? Gli Oreo, cazzo, erano tutto quello che desideravo. Più di un Big Tasty, più di una cheesecake, più di uno shottino di strutto.

Una sera, mentre cercavo abilmente di dissimulare la voglia di proteine animali camuffandola in ascetismo, presi in mano una confezione di Oreo Double Stuff che avevo comprato per un amico, che ne aveva trangugiati due lasciando il resto del coacervo di derivati animali sul tavolo. Leggevo e rileggevo attentamente gli ingredienti come se fossero il bugiardino di un antipsicotico, per cercare di trovare conferma in quelle poche righe di tutto il male al quale stavo rinunciando controvoglia. Lecitina di soia. Rinunciare a una bistecca? Niente di più facile, la bistecca non mi è mai piaciuta. Amido di frumento. Già da piccolo, sentivo il vomito gorgogliarmi alla gola se vedevo qualcosa nel piatto che avesse delle ossa attaccate. Carbonato acido di potassio. Ma gli Oreo, che cosa mi avevano fatto di male se non aderire a un programma mondiale di sfruttamento delle risorse animali e vegetali che stava distruggendo l’ecosistema? Sciroppo di glucosio-fruttosio. Da grandi poteri, del resto, derivano grandi responsabilità: un po’ come quando Selena Gomez ha subito quel tremendo attacco terroristico a Londra sotto Natale, ricordi Britney? Può contenere tracce di latte. Qui mi sono un attimo impanicato. Quando si parla di tracce, devi sapere che anche per i vegani più rigidi si apre lo squarcio del compromesso. Il fatto che un alimento possa contenere tracce di latte e uova non vuol dire che stiamo parlando di un Frappuccino, che nelle pubblicità sembra essere uscito direttamente da una mucca che si è impegnata molto, ma in realtà di naturale contiene poco. No, vuol dire che quell’alimento è stato fatto in una fabbrica nella quale si producono anche cose che contengono latte e/o uova. Non si può essere rigidi su questo, tu mi capisci, anche perché sarebbe come cercare una sgualdrina pop che non abbia duettato con Nicki Minaj. Ah, già. Lady Gaga. Lady Gaga deve sempre rovinare tutto.

Insomma, ti faccio un breve riassunto: ero diventato vegano rinunciando agli Oreo, e quelli erano tornati da me trasformati in un perfetto biscotto vegano. Gli Oreo vegani, come a dire Rihanna vergine. Il mio cervello ha vorticato per un attimo sull’orlo dell’abisso. Avrei potuto impazzire, ma invece ho scelto la vita: ho squarciato il pacchetto e ne ho ingurgitati quattro insieme, e ti ricordo che erano Double Stuff. Saresti stata fiera di me. Da quel giorno, per me quello è stato il miracolo degli Oreo vegani. Avevo quasi paura a dirlo in giro, perché ero convinto che se ne avessi fatto parola con qualcuno la parola LATTE sarebbe ricomparsa in quella lista di ingredienti misteriosi e in continuo mutamento. Qualcuno potrebbe dire: “Cristiddio, gli Oreo sono sempre stati vegani ma tu non lo sapevi, e questo non toglie che siano i biscotti più chimici del mondo, e comunque una cosa buona avevi fatto, chiudere ‘sto blog di merda, e sono venti minuti che stai ciarlando sul niente”. Io compatisco il vostro materialismo. Se non iniziate a credere nei miracoli, il vostro junk food continuerà a rendervi sempre tristi, arrabbiati e perennemente intenti ad apparire come non siete su Instagram. Diglielo un po’, Britney!

Insomma, perdonami se nel farti questi auguri ho finito per parlare più di me che di te, ma chi sono io per decidere dove finisco io e dove inizi tu? E poi, mentre ti scrivevo, mi sono ricordato con chi stai adesso: il personal trainer gonfio e bono col nome mediorientale, che a tratti sembra pure intelligente. Quello di mediorientale non ha solo il nome, te lo dico io. Non a caso ultimamente hai un sorriso da orecchio a orecchio, bella mia. Non ho capito, avresti anche voglia di lamentarti?
Auguri, mia Britney. Questa volta, dal più profondo del cuore.

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