glory di britney spears: la recensione


C'è stato un momento in cui era molto difficile capire che cosa aspettarsi da Glory, nono album della Santa di tutte le Sante.
Il solo fatto che Britney lo definisse "not so poppy" lasciava pensare a un In The Zone parte seconda, dopo che del resto quel tipo di sound era ritornato alla ribalta da qualche tempo con il sound di Selena Gomez e Ariana Grande. L'altro rischio tremendo era che Britney si accodasse allo stile delle sue colleghe più giovani, scelta che il lead single Make Me... sembrava in qualche modo confermare.
La Santa, parcheggiata a Las Vegas, pareva sull'orlo di rilasciare ancora una volta un mischione senz'anima come Britney Jean, punto più basso della sua carriera, e finire per scontentare un po' tutti se non i fan hardcore.
E invece, a dimostrazione che si può ancora e si deve ancora avere fede, Glory è arrivato a zittire tutti. Facciamola breve: Glory non è migliore di Blackout, ma proprio (e solo) come Blackout reinventa il sound di Britney e ci regala un'esperienza omogenea e di qualità altissima.
Com'è potuto succedere? Andiamo con ordine. Effettivamente, il team di Britney ha chiamato in squadra i produttori di diversi successi di Selena, Justin Bieber, Nick Jonas, Demi Lovato. Un team dislocato tra New York e la Svezia che conta nomi ai più ignoti ma che acquistano subito interesse se si dà una breve occhiata ai curricula: Robopop (Video Games di Lana Del Rey), Mattman & Robin (Love Me Like You Do di Ellie Goulding e Revival di Selena), Mischke (produttore dell'intero album, con un passato al fianco di Michael Jackson su tutti).
La bravura della squadra di produttori non è stato tanto mettere su diciassette canzoni tutte orecchiabili e gradevolissime, quanto di cucirle addosso a Britney e dare loro una connotazione indistinguibile che non rende Glory al seguito di nessun altro album di sgualdrine pop uscito negli ultimi tempi. Glory è innegabilmente un album di Britney Spears, uno dei suoi migliori, finalmente in grado di generare una tendenza piuttosto che seguirla.
Glory porta con sé l'insperata sensazione che Britney abbia ancora molto da dire nel puttan-pop e che tutte debbano cagarsi in mano appena lei (o chi per lei) decida di entrare in studio. Non che Glory sia scevro dai soliti problemi, uno su tutti l'uso creativo e smodato del vocoder, ma ehi: una volta il citofono nelle canzoni di Britney Spears faceva quasi ridere, ora dà l'illusione che la Santa sappia cantare davvero e persino molto bene, e non è poco.
Glory, a suo modo, è persino un concept album, perché si parla di sesso dall'inizio alla fine, e tutto è molto chiaro sin dalla traccia di apertura di Invitation. Una ballad a conti fatti bellissima, forse la migliore da Everytime, dove Britney entra immediatamente nel personaggio e ci fa sapere che la prossima ora se la prende per illustrarci la sua visione del mondo. Il suo mondo è sexy, e nessuno è sexy come lei. Basta, stateci.
Make Me... sembrava il lead single che stufa dopo poco, e forse è ancora così, ma a conti fatti è una canzone perfetta per spiegare Glory. L'abbiamo ascoltata allo sfinimento, ma con tutto il naso che possiamo storcere resta iconica. Non eterna magari, ma iconica.
Private Show l'ho segretamente amata dal primo ascolto, sebbene non sia di certo tra i migliori pezzi del disco, ma resta l'esempio migliore della varietà di un album che non annoia mai sebbene qualche canzone sia più debole delle altre. Il citofono è fuori controllo, ma resta difficile skipparla.
Man On The Moon è la prima grandissima sorpresa di Glory: tutto quello che Alien in Britney Jean non era stato, un esempio fulgido di canzone pop spensierata con la quale non si riesce a stare fermi. Il ritornello si incolla al cervello e il sound tropicale aggiunge freschezza a un testo delizioso.
Just Luv Me vede alla produzione due DJ quotatissimi come Cashmere Cat e Robopop, sebbene si accodi un po' a Make Me... nel sound. E' la classica Britney che sospira ansimante e vogliosa, ma il beat è trascinante e potrebbe servire da ottimo singolo. Vogliamo bene a Selena Gomez, ma una canzone porca si fa così. Prendi nota.
Clumsy e Do You Wanna Come Over? aprono la parentesi più club di Glory, ma sono due canzoni molto diverse tra loro. La prima è tutto sommato trascurabile e un po' generica, a tratti quasi fastidiosa, mentre la seconda è sicuramente una delle perle del disco. In un mondo ideale sarebbe stata il singolo di lancio che ci avrebbe fatto ballare tutta l'estate, ma anche così è sufficiente per riconoscerle lo status di classicone di Britney. All'istante.
Slumber Party, produzione totalmente svedese, è personalmente la mia preferita di tutto l'album. il beat reggae-tropical è un topos al quale ci siamo abituati negli ultimi tempi, e che non mi ha mai convinto appieno, ma qui esplode in un'interpretazione stellare con un ritornello pazzesco e un'orgia di corde e percussioni che trascinano senza soluzione di continuità.
In Just Like Me Britney si avvicina al country senza fare cazzate, come è accaduto in passato. Si inizia con voce e chitarra e ci lascia sorpresi, per poi continuare con un crescendo martellante e confezionato alla perfezione. Glory, al contrario degli ultimi tre album della Santa, ha dalla sua anche un'interpretazione che ce la restituisce presente, impegnata. Miracoli del citofono, miracoli degli psicofarmaci, il risultato è quello che conta.
Love Me Down è un altro momento reggae urban, che però ci regala un ipnotico intermezzo elettronico. Un altro ottimo pezzo che non si può fare a meno di canticchiare.
In Hard To Forget Ya si porta un po' all'estremo un leitmotiv di tutto il disco, ovvero Britney che ripete ossessivamente una frase o un verso. Avrei forse preferito che pompasse un po' di più e fosse più una bang hit da pista, ma introduce perfettamente alla stranissima What You Need, in cui Britney si dà al vocalizzo funky jazz che a stento ce la fa riconoscere. Impossibile da skippare, prende incredibilmente, e conclude la standard edition con un "that was fun!" che fa venire voglia di abbracciarla.
Better apre l'ottima sequenza di tracce della deluxe, ma stento a farmela piacere, restando per assurdo quella che mi piace di meno di tutto Glory. Uno strano tentativo di unire il sound di Weeknd con un ritornello strumentale tamarrissimo. E' la canzone più "facile" del disco.
Quando meno lo si aspetta, rilassati come siamo da tutto questo urban che fa muovere il culo ma non alzare le mani saltando, arriva Spanishney e la potentissima Change Your Mind (No Seas Cortes), meraviglioso inno alla zoccolaggine in cui Britney chiede la ceppa senza troppi preamboli, in un pezzo dance con sonorità spagnoleggianti. Che può essere un concetto sentito e risentito, ma inedito per lei e comunque eseguito alla perfezione.
Liar è la nuova Stronger: più matura ma cento per cento Britney, una canzone in cui i fan ritroveranno la Santa che hanno imparato ad amare negli anni. Forse l'esempio migliore nel disco di come Glory attualizzi la musica di Britney senza snaturarla. Alla fine, per inciso, Glory potrebbe essere davvero il disco della sua maturazione artistica.
In (quasi) ogni disco di Britney c'è la canzone "scema". Qualcuno ricorda Mmm Papi, qualcun altro purtroppo ricorda Chillin' With You. In Glory c'è If I'm Dancing, ipnotico giro elettronico che può sembrare insopportabile al primo ascolto ma esplode già al secondo. E' un po' la nuova Amnesia, ma tra trip in slow motion e sitar è decisamente malata. E pazzesca.
L'album si chiude con Coupure Électrique, lentone elettronico cantato in francese. La pronuncia è a tratti pessima ma non importa: in un colpo solo questa canzone regala una chiusura perfetta al disco, ci sorprende, e omaggia Blackout nel titolo. E' la chiusura del cerchio. Che Britney (o chi per lei) fosse consapevole di aver partorito il suo miglior lavoro dai tempi di quel glorioso album?
Insomma: Glory non è migliore di Blackout, e forse nemmeno di Femme Fatale. A volte sembra l'album di una girl band col citofono che cambia la voce direttamente durante le canzoni, e non è stracolmo di pezzi da discoteca. Non c'è una Toxic, non c'è una I Wanna Go, non avrà mai un suo tour (peccato) e Britney resterà comunque a cantare Oops a Las Vegas. Però Glory è allo stesso tempo un ottimo album e un punto di svolta per Britney, che mai avrei pensato di vedere maturare musicalmente con questo lavoro certosino assemblato con sorprendente cura.
Glory, tutto sommato, è semplicemente un ottimo disco. Quanto ne avevamo bisogno?
Voto: 8.5