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mercoledì 21 novembre 2012

unapologetic, il nuovo album di rihanna: recensione

popslut | 00:34
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Effettivamente, se non fossimo nel dorato mondo del puttan-pop ci sarebbero poche scuse per pubblicare sette album in sette anni, con un flusso ininterrotto di singoli senza pausa tra un ciclo e l'altro. Il titolo è quindi chiaro: RiRi non chiede scusa e va avanti, almeno finché le classifiche le daranno ragione. C'è ovviamente un grande lavoro tra produttori e compositori, ma bisogna dire che Stakanov alla nostra Robyn Fenty le fa una pippa: sulla cresta dell'onda da poco tempo rispetto a quanto sembri a memoria, in tutti questi anni ci siamo sempre chiesti, o forse me lo sono chiesto solo io, che tipo di musica avrebbe fatto lei se fosse stata libera di scegliere senza lo stress da classifica. Certo, lo so: questo presuppone un qualche senso artistico da parte di RiRi, ma io voglio crederci.
Ecco: tra tutti e sette i suoi album usciti finora, Unapologetic sembra per alcuni lunghissimi attimi rispondere a questa domanda, restituendoci una Rihannona che sembra per la prima volta a suo agio nello scrollarsi di dosso il "tutto e niente" che le hanno cucito intorno, quel tipo di genere omnicomprensivo che è appunto buono per piazzare singoli, ma poco può fare nel dare credibilità a un'artista. Dicevamo, Unapologetic per un po' lascia credere che la svolta R&B abbia vinto e che Rihanna si sia incamminata verso qualcosa che le piaccia davvero e le riesca bene. Purtroppo, è solo un'illusione: il disco osa quel tanto che basta a farti rimanere di merda, e questa non è esattamente né una crescita artistica né sperimentazione.
Siamo alle solite: un paio di pezzi di grande impatto, qualche ritmo che rimane in testa, collaborazioni qua e là, e alla fine ti domandi: "Sì, ok. E quindi?". L'aggravante è che se in passato almeno un album di RiRi regalava sempre quelle due o tre chicche da ballare come se non ci fosse un domani, questa volta si è giustamente deciso di saltare a pie' pari il genere, nella convinzione che fare un album più "soft" restituisse un'immagine più sofisticata della sua "autrice". Niente di più sbagliato.
Fresh Off The Runway ci fa capire dalle prime note che Where Have You Been e We Found Love no torneranno, traducendosi in puro caos random da traccia ripescata da chissà qualle sessione in studio. Diamonds è effettivamente il gioiello del disco, perfettamente incastonata nella moda del momento che ripudia il dancefloor lasciando ai remix il lavoro sporco. I suddetti remix finiscono per essere migliori, ma in sé la canzone è dignitosissima e merita le vette delle classifiche che scientificamente si è guadagnata.
Completamente superfluo il duetto con Eminem, sia perché ne avevamo già avuti due e sia perché ormai la credibilità di Eminem è del tutto sfumata. Niente spessore, niente climax, niente che valga la pena ascoltare più di una volta.
Pour It Up è uno degli esempi migliori della "nuova" Rihanna, sfrutta al meglio la sua voce e ci regala un discreto R&B da inizio decennio. La collaborazione con Future in Loveeeee Song è sullo stesso identico piano, con in più degli inserti elettronici che se non altro mostrano un minimo di cura realizzativa.
Jump è una delle poche sorprese di Unapologetic che probabilmente resteranno nella discografia di Rihanna e nelle scalette dei suoi concerti. Un po' Ginuwine e un po' Skrillex, è la sintesi migliore di elettronica e R&B che si possa trovare in tutto il disco, e forse il miglior pezzo dell'intero set.
Di tutt'altra pasta Right Now, dove l'abusatissimo David Guetta dà decisamente il peggio di sé: dance trita e ritrita che tenta persino di imitare Calvin Harris, con risultati disastrosi. L'unico pezzo genuinamente dance di Unapologetic è anche uno dei peggiori, buttato là tanto per farlo diventare un singolo con la bella stagione.
What Now e Stay, ballad "classiche", sono piuttosto ben fatte: cantate bene, scritte bene, piacevoli. Nobody's Business è l'immancabile duetto con Chris Brown, che eticamente è un po' come dare fuoco a una cucciolata di Golden Retriever, ma come dire: a noi (in questo frangente) interessa la musica. Banalissima disco Seventies che a un tratto si trasforma in una maldestra imitazione di Michael Jackson. Non fossero loro due a cantarla, darebbe comunque un fastidio mortale.
Love Without Tragedy/Mother Mary è un'altra uptempo dal ritmo paraculo, che mira chiaramente a incollarsi al cervello, riuscendoci senza troppe difficoltà. Cero farla diventare un'altra canzone di punto in bianco può sembrare "strano", ma è più che altro ridicolo. Non sono male separate, ma insieme sono due mezze canzoni che non ne fanno una.
Get It Over With è la lagna che non può mancare, una canzone che una Mariah Carey avrebbe potuto almeno compensare con qualche virtuosismo vocale, ma così è solo noia. No Love Allowed è l'altro previdibilissimo momento di revival reggae, una costante nei dischi di RiRi che scorre senza lasciare il segno. Lost In Paradise chiude la standard edition con l'ennesima ballad del disco, ancora una volta con inserti sintetici, ma si è arrivati a questo punto del disco senza alcuna voglia di sopportare i rimandi a We Found Love anche qui.
La deluxe edition contiene due remix di Diamonds, uno solo dei due gradevole (Gregor Salto), e Half of Me, un'altra ballad, scritta da Emeli Sandé, che in tutta l'economia del disco ci sta come un bel cavolo a merenda, ma che certo orrenda non è.
In definitiva, nessuno vuole mettere al rogo Rihanna perché ci ha dato in pasto un disco senza S&M o Umbrella. E' giusto che tutto cambi, ma spacciare questa roba per "crescita" è pretenzioso e fuorviante: Unapologetic tenta come sempre di far contenti tutti, magari anche qui fan di RiRi che nel frattempo sono cresciuti, ma ottiene drammaticamente l'effetto opposto. Nessun cultore dell'R&B può prendere sul serio Rihanna, e molti amanti del puttan-pop non potranno non trovare il tutto di una noia tendente al mortale.
Unapologetic sarebbe comunque stato un album sufficiente se avesse avuto qualche brano realmente potente come in Talk That Talk e Loud. Purtroppo, anche se di cose buone ce ne sono, nel complesso il disco non decolla mai, e quando crolla lo fa davvero malamente. Inutile raccomandare una pausa di riflessione a Rihanna e al suo staff, visto che sappiamo che tra un anno saremo qui a parlare della sua ottava raccolta di canzoni. Ma che qualche ingranaggio nello schiacciasassi del marketing rihannesco abbia fatto arrugginire il meccanismo della qualità, questo è indubbio.
Voto: 5
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