mdna, il nuovo album di madonna: la recensione

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Tra gli innumerevoli talenti di Madonnaccia (e in questa sede ci limiteremo a quelli musicali), c’è senza dubbio la capacità di fondare i suoi lavori sulla rielaborazione estrema delle tendenze nel sound, per portarle a un nuovo livello e, passatemi il termine “sdoganarle”. Anche, forse soprattutto questo, è il pop: portare alle masse ciò che le masse non conoscono, farlo proprio, renderlo qualcos’altro, sostanzialmente inventare reinventando.
L’ultimo esempio in questo senso nell’opera di Madge, forse non in termini temporali ma sicuramente dal punto di vista della carica dirompente, è stato Ray Of Light. Ma non siamo qui per parlare del passato: siamo qui per parlare di MDNA, il dodicesimo album in studio della Regina delle Tenebre, che sì, diciamolo subito e diciamolo chiaro, è un perfetto esempio di tritacarne pop dal quale esce fuori qualcosa di opportunamente interessante.
Certo, tante cose sono cambiate nel corso degli anni: i produttori si sono fatti più scaltri, e non solo quelli che lavorano con lei. Alcune delle intuizioni presenti in MDNA sono state già accennate in album recenti di altre sgualdrine pop. Verrebbe da pensare che alla fine della fiera il puttan-pop sia arrivato a un punto tale che sia ben difficile inventarsi qualcosa di davvero nuovo, ma è almeno innegabile che MDNA vada un po’ oltre, trovando un equilibrio tra sonorità dance rassicuranti e piccoli esperimenti più sfacciati. Un equilibrio che però non funziona per tutto l’album.
Nel frullatore MDNA c’è tanta, tanta roba. Solveig, Benassi, Orbit e una manciata d’altri ci si sono messi di persona. Poi abbiamo Calvin Harris, Frankmusik, David Guetta, i Booka Shade, i Simian Mobile Disco, un po’ tutta la Ed Banger Records, e aggiungete voi altri nomi se vi va di fare un po’ di sfoggio di cultura.
E poi c’è il “tocco Madonna”, stavolta espresso con autocitazioni a iosa di una diva che grida al mondo: “Posso farlo ancora”. Quello che stupisce di MDNA è la carica genuinamente dance. Se consideriamo che Confessions era pur sempre un concept album, con un genere musicale che serviva da fil rouge d’insieme, quella di MDNA è la Madge più dance che ci sia mai stato dato di ascoltare. L’età conta poco: è decisa a far smuovere i culi come può fare una qualsiasi sgualdrina pop che abbia trent’anni meno di lei, e ci riesce senza nemmeno un attimo di defaillance.
A un certo punto, però, la determinazione nel far ballare e divertire diventa ossessione. Incentrata sul confezionare pezzi bomba da dancefloor, la produzione di MDNA ha spesso tralasciato di regalare un’anima alle canzoni, che finiscono per essere un po’ meno rielaborazione e un po’ troppo versioni agli steroidi di cose che nei circuiti di elettronica più smaliziati verrebbero bollate come la sensation dell’altroieri.
MDNA è in buona sostanza un disco che vuole far divertire ma allo stesso tempo si prende troppo sul serio, dove anche le tracce più cazzarone finiscono per essere fagocitate dall’ego di chi le canta, e quando costei tenta il tutto per tutto per risultare simpatica (vedi B-Day Song) l’effetto è come quello di un faraone che racconta una barzelletta infinite volte e tutti lì a ridere come se fosse la prima (comicità egitta, cfr. Vulvia).
Il paradosso di MDNA è che sostanzialmente è un disco ineccepibile: pochi gli scivoloni gravi, tanti i momenti in cui non si può smettere di ballare, ma sostanzialmente niente che sia davvero iconico, immortale, che detti regole nuove.
In questi ultimi mesi abbiamo già ascoltato altrove i bridge timidamente dubtronic, i crescendo elettronici ossessivi e la techno reinventata in salsa puttanesca, ma ora lo fa Madonna. Non plagia, non copia, ma lo fa à la Madonna. L’anima nelle canzoni non c’è, e sembra che alcune sonorità stiano lì solo perché dovevano starci, perché questi sono i dettami del momento, perché un po’ la tentazione di accodarsi c’è.
E’ quel sapore di ossessione per la gioventù che le fa ripetere così spesso “bitch” e “girl” in più di una canzone del disco? E soprattutto, perché la girl è lei e le bitch sono sempre le altre? In questo interrogativo apparentemente futile, si nasconde buona parte della sostanza di MDNA.
Girl Gone Wild è il singolo apripista che risulta facile capire perché sia stato scelto subito dopo la sigla del Super Bowl (Give Me All Your Luvin’, ovviamente) per lanciare il disco: è pura cassa che pompa. Allo stesso tempo è drammaticamente inconsistente. Settimane dopo il lancio non ne resta più nulla, specialmente a confronto di altre tracce infinitamente più efficaci nel disco. I fratelli Benassi hanno dato il loro meglio, ma Girl Gone Wild resta solo un pallido teaser. Nulla di più.
Gang Bang è oggettivamente quanto di più estremo e pericoloso sia stato inserito nell’album. Il beat ossessivo si spalma sinuoso su cambi di ritmo coraggiosi, per un risultato ipnotico e dal sicuro impatto, tanto da far pensare che sia questo il vero capolavoro del disco. Orbit e la Demolition Crew hanno davvero creato qualcosa di nuovo dal punto di vista musicale. L’unico dubbio è che effettivamente cinque minuti e passa siano un po’ troppi. Un pelo ridondante insomma, ma meno di quanto sia irresistibile.
Con I’m Addicted Benassi fa un lavoro decisamente migliore che in Girl Gone Wild, per un risultato più cupo e da ballare fino allo sfinimento. Forse la più impersonale tra le tracce del disco, nel senso che potrebbe essere cantata davvero da chiunque, ma va anche detto che è un gioiello ballereccio puro e semplice.
Turn Up The Radio merita un discorso a parte, in quanto può essere tranquillamente definita la traccia bandiera di MDNA, quella che ti fa chiedere perché non sia stata scelta come primo singolo, rendendoci tutti più felici. Certo, è chiaramente Solveig for Dummies, è come se parlasse alle spalle di David Guetta, ma è talmente irresistibile da non permettere neanche per un istante di farsi domande sulla qualità effettiva, se non sulla carica e sulla voglia di muoversi che trasmette. E’ questa la canzone che resterà a simbolo imperituro dell’era MDNA.
Su Give Me All Your Luvin’ è già stato detto tutto. Ascoltarla nel disco fa venire voglia di skipparla ancora un po’ di più. Resta una delle pagine più buie della carriera di Madonnaccia, non ci resta che andare oltre.
Some Girls è una canzone che va ascoltata più volte. E’ la canzone con la quale Orbit ha voluto evidentemente dimostrare di poter produrre una traccia dance più leggera, riuscendo nell’intento. Non è indimenticabile ma si fa ascoltare. Madonna lancia la sua bordata autocitazionista (“Put your loving to the test”, da Express Yourself), e Orbit fa altrettanto giocandosi reminiscenze di Ray Of Light.
Se non ci fosse B-Day Song più in là tra le tracce della deluxe, Superstar vincerebbe a mani basse il titolo di canzone più trascurabile dell’album. Dal testo al sound dozzinale, questo brano è un riempitivo di qualità infima che avrebbe potuto essere tranquillamente escluso dalla tracklist finale. “Like John Travolta, getting into the groove”, canta Madge, ma il groove non c’è. Peccato che resterà come la prima apparizione in studio di Lourdes Maria, coinvolta nei cori.
I Don’t Give A è fuor di dubbio una delle mie preferite. A cominciare dal testo, con tanto di versi dedicati a Guy Ritchie (“I tried to be your wife”), per proseguire con il ritmo urban hip-hop che regala all’album una vera boccata d’aria fresca. Solveig sorprende, insomma. Peccato che sia un po’ difficile credere che davvero a Madgezilla non freghi un cazzo, e peccato per il pur ottimo rap di Nicki Poraccj che si conclude con un “C’è solo una regina ed è Madonna, stronza!”. Evitabile.
Orbit allo stato puro in I’m A Sinner, ma Beautiful Stranger resta migliore. E Beautiful Stranger non era un capolavoro. Il beat Sixties è divertente, ma il riciclo di Ray Of Light resta un po’ troppo sfacciato. San Cristoforo, San Sebastiano, la Madonna (quella vera) e Sant’Antonio possono far poco per renderla interessante, nonostante i loro cameo nella canzone.
Love Spent è bellissima. Il miglior Orbit di tutto MDNA, finalmente meno ossessionato dal far ballare. Un bellissimo testo, una melodia coinvolgente, un’interpretazione molto meno impersonale da parte di Madonnaccia. La canzone prosegue in un crescendo di pathos, per poi esplodere in un finale che cambia le carte in tavola e le dà una seconda vita sebbene fosse già perfetta così. E la mia canzone preferita dell’album, e se ci aggiungiamo quel riff di banjo che cita Hung Up il gioiello è servito.
Masterpiece è ottima, e mi sono già espresso sulla qualità di una grande ballad che ha meritato un Golden Globe. Purtroppo, trovo completamente inutile inserirla in questo contesto. Stride completamente con il resto dell’album, tanto da risultare fuori luogo e interromperne l’omogeneità. Avrebbe potuto e dovuto essere una bonus track.
Falling Free chiude la standard edition di MDNA nel classico stile Madonna, con una ballad evocativa. Orbit è in forma anche qui e chiama il violino a servire la voce della Regina delle Tenebre, fortunatamente meno effettata che nel resto dell’album. Il tocco folk rende il tutto come se Enya improvvisamente diventasse la più grande popstar del mondo.
La standard edition si chiude così, mentre la deluxe offre quattro canzoni in più. Solamente I Fucked Up merita davvero l’ascolto. Un altro Solveig insolito per una canzone che resta, uno dei pochi momenti dell’album che tralascia completamente la superficialità.
Beautiful Killer è ruffiana al punto giusto, ma potrebbe essere a malapena la sigla di un telefilm. Trascurabile, forzatamente orecchiabile, a conti fatti inutile.
Quello che penso di B-Day Song lo avrete percepito nel corso della recensione: fastidio alla stato pure. M.I.A., featuring completamente sprecato, farebbe bene a cancellarla dal suo curriculum. Madge che cerca di fare la ragazzina spensierata è fastidiosa oltre ogni limite, per un brano che fa rimpiangere persino roba come Spanish Lesson.
Best Friend, in chiusura, lancia una manciata di minuti che sembrano un rigurgito del Timberlake di Hard Candy, e di certo potevamo farne a meno.
In sostanza, MDNA è un album dallo standard produttivo assurdo, che delude nel darci esattamente tutto quello che fosse lecito aspettarsi, che non sorprende, ma assolve egregiamente al suo scopo: riposizionare Madonna sulla scena del puttan-pop contemporaneo. Si ha purtroppo l’impressione che il trono sia diventato a più piazze e che il confine non sia stato spostato da un millimetro, ma se tutto quello che ci aspettavamo dalla Regina delle Tenebre era ballare, possiamo ritenerci soddisfatti.
Certo, in fondo al nostro cuore non possiamo che addolorarci che un disco di Madonna contenga solamente due veri picchi. Ma evidentemente, nessuno è perfetto. Neanche lei.
La sensazione è che MDNA non durerà se non fino alla prossima produzione multimilionaria di Madge con Interscope e Live Nation, che stavolta non si farà attendere troppo a lungo.
Una cosa è sicura: un po’ meno trend setter e un po’ più trend follower, Madonna ha sfornato un disco che non ha un’anima, ma di certo ha un corpo mozzafiato.
Voto 7