roma pride 2010: la vergogna dell'orgoglio




Centomila per gli organizzatori. Cinquantamila per la questura, quest'anno misteriosamente più generosa del solito. Non più di cinque o seimila secondo il mio modestissimo parere, visto che nonostante tutto lo scetticismo iniziale al Roma Pride 2010 c'ero. Dall'inizio all'amara fine.
C'ero dopo gli episodi di omofobia di ieri, e c'ero perché, come ha detto Vladimir Luxuria alla fine del corteo, "se c'è un Pride a me mi devono legare, per non farmici andare".
Peccato che questo non sia stato il Pride della comunità LGBTQI, nemmeno un po'. Già da quando un manipolo di associazioni, qualche mese fa, se n'è impossessato e ci ha fatto quello che voleva, allontanando le voci di dissenso e mettendo su una bizzarra baracconata che ha virato a destra e ha cercato invano l'abbraccio delle istituzioni.
Ci sono molte facce che non ho mai visto, nel corteo. Ho come l'impressione che siano persone che avrebbero partecipato al Pride anche se fosse stato organizzato da Forza Nuova, purché ci fossero le parole "Gay" e "Pride". Ho l'impressione che molti siano proprio simili al protagonista dello spot ufficiale del Roma Pride, e si avverte davvero la mancanza di buona parte della comunità che ha (giustamente) deciso di stare a casa.
Dal carro-palco che ospita le voci di chiusura del Pride, però, si inneggia all'unità. Una Delia Vaccarello insolitamente sgradevole e mostruosamente enfatica "presenta" l'evento conclusivo. Senza mancare prima di rimproverare tutte quelle associazioni che hanno tentato di boicottare il Pride, riproducendo a suo dire gli scontri politici del Parlamento in una comunità che dovrebbe essere unita e compatta. Cattive, cattive le associazioni e le persone che non hanno aderito a un manifesto che fa acqua da tutte le parti, che non hanno sfilato insieme a GayLib che sventolava il tricolore anziché la bandiera rainbow, che non hanno accettato un Pride totalmente privo di rivendicazioni di diritti.
Questa gente si è presa il Pride e l'ha trasformato in qualcosa che non ha nulla a che vedere con il Pride, e ora inneggia all'unità.
"U-ni-tà, u-ni-tà, u-ni-tà!", inizia il coro Delia Vaccarello, e l'esiguo pubblico sotto di lei le fa il controcanto.
E' comodo, vero? Avere a che fare con una comunità talmente frammentata che non sa chi seguire, e in questo caso non ha altri se non quest'unica voce.
Ma di voci, al finale di Pride, ce ne sono altre: la ragazza lesbica di provincia che ci fa sapere che è stata presa in giro fino a quando non ha fatto capire agli altri che lei è "normale". NORMALE. Anni di lotte per stabilire che siamo normali.
E poi: il trans F to M sieropositivo che invita all'uso del preservativo, la pubblicità della Gay Help Line, la madrina Violante Placido che tenta di cantare una canzoncina ma l'audio non funziona, il vicepresidente di GayLib Roma che, dopo aver posato il tricolore, si è vestito di strass e ci canta un suo pezzo: Scappa Scappa (e qui l'audio ha funzionato, purtroppo).
Non c'è una singola voce che parli di diritti, matrimonio, adozione. Niente. Siamo tornati indietro di decenni, al problema dell'accettazione e dell'AIDS (importantissimi, per carità), e punto. A chiunque tenti di pronunciare la parola "matrimonio", viene intimato di tagliare corto (vedi Ettore Ciano, dell'Agedo). Una vergogna.
Una vergogna i dieci minuti buoni dedicati dalla Vaccarello all'estrazione del fortunato vincitore della lotteria del Roma Pride, che se ne va in vacanza non so dove. La lotteria al Pride, era l'ultima cosa che mancava.
E infine, Vladimir. "Ora dirà qualcosa di intelligente", penso. Sale sul palco, parla un po' del caso Zaccai, parla anche lei dell'unità e dell'Euro Pride 2011, e alla fine la ciliegina: un "appunto a noi trans". Che va bene siano colorate, gioiose, festose, ma VESTITE. Vladimir al Pride non vuole vedere tette, perché così ci diamo la zappa sui piedi.
Ecco: questo è un problema serio. Sarà che ho visto una sola trans con le tette al vento in tutto il corteo, ma il boato che segue questa dichiarazione mi lascia esterrefatto. Stiamo legittimando anni di critiche di gente che ci dice che sappiamo mettere su solo baracconate e travestimenti, quando abbiamo replicato per anni che le trans seminude erano solo un aspetto (tra l'altro legittimo) del Pride e della nostra comunità.
E' solo la punta dell'iceberg: con un solo Pride, uno solo, abbiamo legittimato la figura del gay che non chiede troppo, non dà fastidio, chiede solo di essere riconosciuto come normale, si fa forte di essere in una minoranza. Imma Battaglia sostiene di "aver vinto", e purtroppo ho l'amara sensazione che sia vero.
Rimane l'amarezza, ma resta soprattutto la rabbia. Questo non è pride, questo non è orgoglio. E' stato solo un gravissimo errore sulla pelle di tutta la comunità GLBT: quella fatta di persone, non di associazioni.
Riprendiamoci quello che è nostro, e riprendiamocelo prima che sia troppo tardi.